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Spezierie Domenicane a Napoli
L'autore
Giovanni Ippolito, nato a Margherita di Savoia (FG) nel 1928, è un frate domenicano della Basilica di S. Domenico Maggiore in Napoli.
Presbitero dal 1954, ha iniziato il suo ministero tra la gioventù parrocchiale, il Centro Sportivo e gli Scouts di Avellino.
Direttore del seminario minore e predicatore itinerante, dal 1977 parroco e superiore nel Convento del S. Rosario in S. Francesco di Paola in Bari.
Assegnato alla Basilica Pontificia di S. Nicola in Bari, nel 1982 assumeva l'incarico di Amministratore.
Nel 1989, trasferito nel Convento della Madonna dell'Arco col doppio incarico di Amministratore del Santuario e della Provincia religiosa di S. Tommaso d'Aquino in Italia fino al 2001.
Ha già pubblicato una ricerca sull'Acquedotto augusteo in Campania, al fine di precisare sito ed origine dell'affresco della Madonna dell'Arco (2002); seguita dalla Storia del Santuario (2003).
L'editore
L'"Editrice Domenicana Italiana" è una Editrice cattolica dei «Frati Predicatori» (Domenicani) della "Provincia San Tommaso d’Aquino in Italia".
Si caratterizza per essere, da più di un cinquantennio, al servizio della predicazione del Vangelo «fino agli estremi confini della terra», con la pubblicazione di quattro riviste e di libri su molteplici argomenti.
è membro della Societas Editorum Dominicanorum (SED) d'Europa, dell'Unione degli Editori e Librai Cattolici d'Italia (UELCI).
Il libro
La "cura del corpo" è stato lo scopo primo delle Spezierie domenicane a Napoli. Sei secoli di storia, argomento di questa interessante ricerca, realizzata da Giovanni Ippolito, frate dell'Ordine dei Predicatori, che fa rivivere l'atmosfera suggestiva e quasi magica delle antiche spezierie. Un patrimonio, forse dimenticato, più che andato disperso, di cui si tende ad evitare ulteriori soppressioni e scempi.
A mo' di "Preludio"' (pp. 11-12), preso atto del ruolo che hanno rivestito le spezierie in campo medico-assistenziale e socio-culturale, l'Ippolito esalta l'arte del curare il corpo, mai rigettata dal cristianesimo, perché la salute è pur sempre dono di Dio. Pertanto, ricollegato questo antico "servizio" in epoca greco-romana (Capitolo I, pp. 13-14), situa l'avvento delle spezierie in ambito monastico-conventuale (Capitolo II, pp. 15-19), attraverso le quali diventa possibile coniugare la necessaria cura del proprio corpo con la dovuta e gratuita assistenza o "diaconia" all'altrui corpo, specialmente quello degli infermi.
Si dà così vita agli Hospitali (Capitolo III, pp. 20-25), che si moltiplicarono un po' ovunque nella città partenopea tra la fine del primo e del secondo millennio, particolarmente in epoca angioina e aragonese, registrando la loro fine già verso la metà del XVIII secolo. Fu nel 1806 che Giuseppe Bonaparte, sopprimendo i conventi, decretò con essi la fine delle rispettive spezierie.
Dopo questi brevi ed essenziali cenni storici, la ricerca si dipana in ambito unicamente domenicano, supportandola di tavole planimetriche, che permettono di individuare il luogo esatto e il ruolo che la spezieria rivestiva sia in convento sia fuori. L'Autore non disdegna di confortare la curiosità del lettore di utili notizie e interessanti documentazioni sulla vita delle comunità, le chiese, gli immobili conventuali.
Il primo Hospitale domenicano è quello del convento San Domenico Maggiore (Capitolo IV, pp. 26-48), ereditato dai Benedettini nel 1231. Il travagliato iter storico della trasformazione in spezieria permette di carpire l'ingente mole di lavoro realizzato dai frati per renderla una delle più importanti della città, l'unica riconosciuta ufficialmente in tutto il regno, anche se subirà il confronto con altre vicine e prestigiose istituzioni. Cosa che non gioverà alla vita stessa dei frati. Bisogna dare atto all'Autore di saper coinvolgere il lettore nelle appassionate e alterne vicende, alcune "tristi", che si concluderanno nel 1773 con una bolla di Clemente XIII, il papa che proibì l'esercizio della professione speziale all'interno degli Ordini religiosi.
Intorno alla metà del XV sec., mentre il convento San Pietro Martire (Capitolo V, pp. 49-60) diveniva punto di riferimento cittadino, prendeva consistenza la presenza di una spezieria, che si distinguerà per la sua generosa opera. Avvenne che, "in ottemperanza a prammatiche emanate più volte per disciplinare le spezierie, anche i frati di S. Pietro Martire la intestarono a dei laici" (p. 57). La sospensione delle attività e la trasformazione nel 1809 del complesso conventuale in manifattura di tabacchi, provocò non pochi disagi presso la popolazione, che usufruiva dei farmaci "gratuitamente e con carità" (p. 59).
"Diaconia" e competenza professionale verranno assicurate particolarmente dalla spezieria di Santo Spirito di Palazzo (Cap. VI, pp. 61-75), i cui avventori erano, per la maggior parte, membri dei presidi militari stanziati attorno al palazzo vicereale. Anche se i napoletani non mostravano spiccata predilezione, i frati di Santo Spirito facevano buon uso del "medicamento viperino" (pp. 70-71).
Alquanto singolari, le richieste inoltrate. La prima direttamente al Papa, sottoscritta dal p. Priore di San Domenico Maggiore e da 32 frati. La seconda fatta al Convento della Sanità di Napoli dalla Comunità di S. Caterina a Formello della Provincia lombarda (Cap. VII pp. 76-99), per ottenere la "Figliolanza" di fra Donato D'Eremita.
Nel 1611 fu costruita per lui una spezieria, "resa perfetta e famosa per la sua arte" (p. 85). Grazie ad alcune amicizie romane, potè studiare a scopo spagirico una pianta di granadiglia proveniente dal Messico, al quale diede il nome di "passiflora", e che riprodusse con incisioni su rame, raffigurandola in tutte le sue fasi di crescita e maturazione.
Se, verso la metà del ‘500, il cambiamento demografico, dovuto alla costruzione della grande via Toledo, motiverà la fondazione del convento del Santo Rosario di Palazzo e la presenza di una spezieria (Cap. VIII, pp. 100-105), l'esaltazione della religiosità, nel contesto del ritrovamento di un antico affresco raffigurante la Vergine Maria e venuto alla luce a causa di una frana, sarà all'origine del convento Santa Maria della Sanità (Cap. IX, pp. 106-121), la cui spezieria sarà legata alla presenza di fra Giuseppe Nuvolo, architetto di grido, e fra Michele Klain, studioso di chimica e botanica, che operò nella farmacia dell'Ospedale degli Incurabili.
Con qualche difficoltà di gestione, riusciranno a suscitare simpatia e generosità anche i frati delle spezierie degli altri conventi: San Severo Maggiore (Cap. X, pp. 122-127); Gesù e Maria e San Vincenzo Ferreri (Cap. XI, pp. 128-132); Santo Rosario nel Casale di Afragola (Cap. XII, pp. 133- 134); Santa Maria della Sanità nel Casale di Barra - Napoli. Convento San Domenico (Cap. XIII, pp. 135-139); San Domenico Soriano in Santa Maria della Salute (Cap. XIV, pp. 140-143).
Per completare questo insolito itinerario storico-architettonico domenicano, fra Ippolito offre brevi cenni storici dei quattro restanti "Conventi senza Spezieria": Santa Brigida a Posillipo; San Tommaso d'Aquino; Monte di Dio; Santa Maria della Libera (Cap. XV, pp. 144-145).
Né poteva far passare sotto silenzio il suo primo impatto con una spezieria domenicana nel Santuario-Convento di Madonna dell'Arco (Cap. XVI, pp. 146-156), come pure la passione per le antiche farmacie, trasmessagli dal padre. Verso il 1920 - racconta - papà Ruggiero "lasciava al fratello gemello Nunziante, la farmacia per una attività commerciale capace di assicurare il sostentamento ad una famiglia con 10 figli (io non ero ancora nato). Tuttavia in casa non smise mai di fare il farmacista. Lo ricordo a preparare pomate, collutori, medicamenti per ferite, misture per spennellare gola e tonsille gonfie. Sento ancora il gusto dei decotti e sciroppi così buoni che volentieri, con mia sorella Lina, fingevamo di avere tosse e raffreddori. Anche la terapia per rimettere in esercizio il mio ginocchio destro, dopo alcuni mesi di ingessatura, fu mio padre a praticarla" (p. 157).
"Per concludere" (pp. 157-160), questo libro si propone come la storia della presenza dell'Ordine dei Frati Predicatori nella città di Napoli, attraverso l'operato dei Cooperatori, ovvero dei frati non presbiteri. Si tratta di un serio "staff" di professionisti, che "hanno impresso tracce indelebili nel campo dell'architettura, della pittura, della miniatura, della musica, dell'intaglio del legno, del cesello, del ricamo di arredi sacri, lasciando cori nelle chiese e armadi monumentali nelle sacrestie di raffinata arte scolpiti in pregiato legno o intarsiati. Tuttavia, il campo ove i nostri fratelli furono coinvolti in diretto contatto con il popolo, fu nell'ambito delle spezierie" (p. 159-160).
Quella delle spezierie resta una delle attività più feconde della plurisecolare presenza domenicana nella città di Napoli. Una "diaconia" che ha permesso all'Ordine di San Domenico di approfondire i mille problemi della vita quotidiana partenopea, senza abbassare la guardia nella predicazione del Vangelo, e continuando a proporre modi di vita sempre più armoniosi e umani, per aiutare gli uomini a conservarsi sani e civili.