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'A sporta d'o tarallaro

Detti antichi

Uno dei detti antichi e che ancora oggi viene usato dai Napoletani è: <<pare 'a sporta d'o tarallaro>>.

Che sta ad indicare una persona  (oppure una cosa) senza voce in capitolo, sbattuta di qua e di là dagli eventi e costretta ad affaccendarsi senza sosta.

Un altro modo di dire, più cattivo rispetto al primo è sicuramente: <<Si ti tirassen' na sport'e taralle, nun ne cadesse uno 'nterra>>. Che tradotto, recita: <<se ti lanciassero una cesta di taralli, non ne cadrebbe nemmeno uno per terra>>.

Perché?
<<Pecchè tien 'e ccorne!>>  e qui non c'è bisogno di traduzione e si lascia ampio spazio all'immaginazione per comprendere anche la quantità di corna che il soggetto interessato a questa invettiva detiene…!

'a sporta  era un cesto di vimini pieno di "taralli" che il "tarallaro"; il venditore ambulante di "taralli 'nzogna e pepe" portava sulla testa in giro per città offrendo la sua mercanzia a basso costo.

Oggi questa figura non c'è più ed i taralli vengono venduti in botteghe spesso specializzate.

I Napoletani di una certa età, però, ricordano ancora una canzone di Pino Daniele che negli anni '70 del secolo scorso ripeteva <<'a vocia>>, un richiamo per gli avventori: <<Furtunato tene 'a robba bella..'zogna, 'nzò!>>, del "mitico" Fortunato, uno degli ultimi tarallari che girovagava per le strade di Napoli con un carrettino e vendeva ancora autentici e saporiti taralli artigianali.

Cosa sono i taralli?

taralliMatilde Serao, che tanto ha scritto su  Napoli, e sul tarallo partenopeo, nella sua famosa opera "Il Ventre di Napoli", descrive i famosi "fondaci", le zone popolari a ridosso del porto, brulicanti di una popolazione denutrita e di conseguenza famelica.

Il Ventre di Napoli era pieno di gente, ma il ventre di quella gente era spaventosamente vuoto.
  A riempirlo, dalla fine del 700, ci provavano (e spesso ci riuscivano)  i taralli.

Dove non c'è quasi nulla, nulla si distrugge, e tutto si crea. Così i fornai non si sognavano neppure di buttare via lo "sfriddo", cioè i ritagli, della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare.

A questi avanzi di pasta lievitata aggiungevano un po' di "nzogna" (la sugna: in italiano, lo strutto, il grasso di maiale) e parecchio pepe e, con le loro abili mani, riducevano la pasta a due striscioline.
Poi le attorcigliavano tra di loro, davano a questa treccia una forma a ciambellina, e via nel forno, insieme al pane.

Il tarallo nell'800

All'inizio dell'800 il tarallo "'nzogna e pepe" si arricchì di un altro ingrediente che tuttora ne è parte integrante: la mandorla. Non si sa chi l'abbia presentata per primo al tarallo, ma chiunque sia stato, merita  la nostra gratitudine: il sapore della mandorla va infatti a nozze col pepe.

Il tarallo, ennesimo figlio della prolifica creatività partenopea, faceva  del bene a tutti: al fornaio, che utilizzava la pasta di pane rimasta, con poca fatica ed al popolo, che a pochi soldi (dati i bassi costi di produzione) se lo comprava.
Il tarallo era una vera benedizione per la borsa, ma pure per il palato (la sugna e il pepe, e in seguito la mandorla, gli danno un sapore eccellente), e per la sopravvivenza: il grasso che contiene è infatti molto calorico.

Per la sua caratteristica di cibo povero, il tarallo andava via come il pane, da cui deriva. Lo si consumava nelle osterie, in cui si accompagnava a del vino spesso assai poco pregiato.

Da una parte aumentandone il consumo (il pepe mette sete), dall'altra riducendone gli effetti negativi su stomaci altrimenti vuoti.
  Oggi, però, il tarallo viene accompagnato soprattutto dalla birra.

I taralli sono "uno sfizio" tutto napoletano. E' tuttora un classico comprarli a Mergellina, nei chioschetti sistemati sul lungomare, e sgranocchiarli passeggiando col  Vesuvio da un lato e Posillipo dall'altro, oppure nel Centro Antico dove numerose sono le rivendite di questo prelibato "sfizio" popolare.